Perché non riesco ad essere me stesso con gli altri?
Pubblicato da Dott.ssa Giorgia Caramma il
Perché non riesco ad essere me stesso con gli altri?
Ti capita di sentirti spontaneo e autentico quando sei da solo, ma di cambiare completamente quando sei con gli altri?
Magari prima di parlare pensi a come potrebbero reagire. Oppure ti ritrovi a dire “va bene” anche quando, in realtà, non ti va bene affatto.
Potresti avere difficoltà a dire di no, cambiare opinione quando percepisci che l’altra persona non è d’accordo con te, trattenere quello che pensi per evitare discussioni o sentirti in colpa quando esprimi un bisogno.
E magari, dopo una conversazione, ti ritrovi persino a ripensare a quello che hai detto:
“Avrò esagerato?”
“Avrei dovuto dirlo diversamente?”
“E se adesso quella persona pensasse male di me?”
A volte può sembrare di non riuscire ad essere se stessi proprio con le persone a cui si tiene di più.
Ma perché succede?
Essere se stessi nelle relazioni non significa dire sempre tutto quello che pensi
Prima di tutto, essere autentici non significa non adattarsi mai agli altri.
Nelle relazioni è normale tenere conto della sensibilità, dei bisogni e dei punti di vista delle persone che abbiamo accanto. Anzi, è un indice di ottima intelligenza emotiva!
Possiamo scegliere di non dire qualcosa, modificare il nostro comportamento a seconda del contesto o trovare dei compromessi.
Il problema nasce quando l’adattamento al sentire altrui diventa così automatico da non lasciare più spazio a ciò che senti tu.
Quando prima di chiederti: “Cosa penso io?”
ti viene spontaneo chiederti: “Cosa dovrei pensare?”
E prima di domandarti: “Cosa voglio?”
pensi: “Cosa si aspetta l’altra persona da me?”
E prima ancora di capire se una cosa ti fa stare bene, inizi a chiederti se farà stare bene gli altri.
In questi casi, forse non hai perso te stesso. Forse hai semplicemente imparato molto bene ad adattarti.
Perché faccio così fatica a essere me stesso con gli altri?
Per alcune persone l’attenzione verso gli altri diventa una competenza sviluppata molto presto.
Impari a osservare l’umore delle persone intorno a te, a capire cosa si aspettano, ad anticipare i loro bisogni, a evitare conflitti e a comportarti nel modo che sembra più adeguato.
Magari hai imparato a essere “bravo”.
A non dare problemi.
A essere autonomo.
A non lamentarti.
A non arrabbiarti troppo.
A prenderti cura degli altri.
A ottenere buoni risultati.
A essere disponibile.
A capire gli altri anche quando loro non spiegavano quello che provavano.
Tutte queste capacità possono essere preziose.
Ma se per molto tempo hai avuto la sensazione che alcune parti di te fossero più facilmente accettate di altre, potresti aver imparato anche qualcosa di più profondo:
che per essere amato, accettato o sentirti al sicuro dovevi essere in un certo modo.
E così, gradualmente, l’adattamento al sentire altrui può diventare automatico.
Paura del giudizio: quando essere te stesso sembra costare caro
Immagina un bambino che scopre che quando è tranquillo riceve più approvazione, mentre quando si arrabbia viene criticato.
Oppure che quando è autonomo viene valorizzato, mentre quando ha bisogno degli altri si sente di peso.
O ancora che essere disponibile e comprensivo porta armonia, mentre esprimere i propri bisogni crea tensione.
Non è necessario che qualcuno dica esplicitamente:
“Non essere così”
A volte impariamo queste regole semplicemente osservando ciò che accade intorno a noi. E possiamo interiorizzare l’idea che alcune parti di noi siano più “presentabili”, più amate o più sicure da mostrare.
Così impariamo a scegliere cosa mostrare e cosa nascondere.
Il problema è che, crescendo, può diventare difficile capire dove finisce ciò che sei e dove comincia ciò che hai imparato a essere.
Una delle modalità attraverso cui questa difficoltà può manifestarsi è il people pleasing.
Essere gentili, disponibili ed empatici non significa necessariamente fare people pleasing.
Il problema nasce quando il bisogno di mantenere la serenità, ricevere approvazione o evitare di deludere gli altri diventa così forte da portarti sistematicamente a mettere te stesso in secondo piano.
Potresti, per esempio:
- fare fatica a dire di no;
- accettare richieste che non vorresti accettare;
- avere paura di deludere gli altri;
- sentirti in colpa quando metti un confine;
- cambiare idea per evitare un conflitto;
- dire quello che pensi che l’altro voglia sentirsi dire;
- preoccuparti molto di essere giudicato;
- essere sempre disponibile anche quando sei stanco;
- avere difficoltà a esprimere i tuoi bisogni.
In questo caso il problema non è che ti importa troppo degli altri. È che rischi di smettere di considerare te stesso una delle persone di cui prenderti cura.
Senso di colpa e responsabilità: “Se l’altro sta male, è colpa mia?”
C’è un altro passaggio importante.
Quando sei molto abituato ad adattarti, può diventare difficile distinguere ciò di cui sei realmente responsabile da ciò che appartiene agli altri.
Se qualcuno è deluso, pensi di aver fatto qualcosa di sbagliato.
Se qualcuno si arrabbia, pensi di dover sistemare la situazione.
Se qualcuno sta male, cerchi immediatamente di capire cosa puoi fare per farlo stare meglio.
E magari ti viene spontaneo pensare:
“Se avessi detto sì, non sarebbe successo”
“Forse sono stato egoista”
“Avrei dovuto capire prima di cosa aveva bisogno”
Questa forma di iperresponsabilità può rendere ancora più difficile essere autentici.
Perché ogni tua scelta viene valutata non soltanto in base a ciò che desideri, ma anche in base alla possibile reazione dell’altra persona.
E così la domanda:
“Cosa voglio io?”
viene continuamente accompagnata da:
“Ma cosa succederà agli altri se lo faccio?”
In alcune persone, questa modalità di funzionamento può essere collegata anche a esperienze di genitorializzazione.
La genitorializzazione si verifica quando un bambino viene portato, in modo eccessivo rispetto alla sua età e al suo ruolo, a occuparsi dei bisogni emotivi o pratici degli adulti di riferimento.
Può significare, per esempio, sentirsi responsabile dell’umore di un genitore, cercare di mantenere la pace in famiglia, fare da mediatore nei conflitti o imparare molto presto a essere “quello forte”.
In questi casi puoi diventare bravissimo a chiederti:
“Di cosa hanno bisogno gli altri?”
Ma molto meno allenato a chiederti:
“Di cosa ho bisogno io?”
E questo può accompagnarti anche nelle relazioni adulte.
Potresti essere molto attento ai segnali degli altri, percepire immediatamente quando qualcuno cambia tono o umore, intuire ciò che potrebbe ferire una persona.
Ma quando arriva il momento di capire cosa vuoi tu, potresti sentirti improvvisamente confuso.
Sei molto bravo a capire gli altri, ma fai fatica a capire te stesso
Forse non ti manca empatia.
Forse, al contrario, ne hai sviluppata così tanta da essere diventato bravissimo a percepire gli altri prima ancora di ascoltare te stesso.
Domande che ti rivolgi pensando agli altri:
“Cosa prova?”
“Cosa vuole?”
“Di cosa ha bisogno?”
Risposte se le rivolgi a te:
“Non lo so”
E non perché tu non abbia desideri, opinioni o bisogni.
Ma perché potresti aver passato così tanto tempo a guardare fuori da te da aver perso un po’ di familiarità con ciò che succede dentro.
Per questo, a volte, la domanda “Cosa voglio?” può essere sorprendentemente difficile.
Come capire se ti stai adattando o se stai davvero scegliendo?
Un primo passo può essere iniziare a osservare cosa succede dentro di te prima di prendere una decisione.
Puoi provare a chiederti:
- Quando dico sì, lo voglio davvero o temo cosa succederà se dico no?
- Quando cambio idea, ho davvero cambiato idea o ho percepito che l'altra persona non era d'accordo con me?
- Quando sento senso di colpa, ho fatto qualcosa di sbagliato oppure sto semplicemente scegliendo qualcosa che l'altro potrebbe non apprezzare?
- Se nessuno fosse deluso dalla mia scelta, cosa sceglierei?
- Quello che sto per dire mi rappresenta oppure sto cercando di evitare una possibile reazione dell'altro?
- Posso essere me stesso anche quando qualcuno non è d'accordo con me?
Ritrovare se stessi non significa diventare qualcun altro
Quelle qui sopra non sono domande semplici.
Perché essere autentici non significa soltanto imparare a dire ciò che pensiamo.
Significa anche imparare a tollerare il fatto che, qualche volta, essere noi stessi può dispiacere a qualcuno.
Se per molto tempo hai imparato ad adattarti, potresti pensare che per essere finalmente te stesso dovresti diventare più forte, più indipendente o imparare a fregartene degli altri.
Ma non è necessariamente così. Non devi diventare meno empatico. Non devi smettere di prenderti cura delle persone che ami. Non devi dire tutto quello che pensi. E non devi diventare una persona che non riconosci.
Il punto è recuperare la possibilità di scegliere.
Di fermarti e chiederti:
Cosa sento?
Cosa penso?
Cosa desidero?
Di cosa ho bisogno?
Cosa scelgo io?
E, soprattutto, imparare che puoi essere una persona attenta agli altri senza dover continuamente rinunciare a te stesso.
Perché forse il vero obiettivo non è smettere di adattarti.
È poter scegliere quando adattarti e quando no.
Come imparare a essere se stessi nelle relazioni
Ritrovare un rapporto più autentico con se stessi richiede spesso di guardare anche alla storia che ci ha portato a diventare così attenti alle esigenze degli altri.
Può significare comprendere da dove arriva la paura di deludere, perché dire di no provoca così tanto senso di colpa, perché il giudizio degli altri pesa così tanto o perché i bisogni altrui sembrano sempre più urgenti dei propri.
E, gradualmente, imparare a costruire relazioni nelle quali non devi scegliere tra essere amato ed essere autentico.
Perché una relazione realmente reciproca non ti richiederà MAI che tu scompaia per far stare bene l’altra persona.
Puoi esserci per gli altri. Puoi essere empatico. Puoi prenderti cura.
E, contemporaneamente, puoi esserci anche per te.
Se hai qualche altra domanda o curiosità a cui qui non ho risposto scrivimi e cercherò di chiarire i tuoi dubbi.
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