“Nessuno mi capisce davvero”: non sentirsi compresi anche quando si cresce in una famiglia sensibile
Pubblicato da Dott.ssa Giorgia Caramma il
“Nessuno mi capisce davvero”: non sentirsi compresi anche quando si cresce in una famiglia sensibile
Essere sensibili non significa essere empatici: perché puoi essere cresciuto in una famiglia sensibile e sentirti comunque poco compreso
“Nella mia famiglia erano tutti molto sensibili.
Eppure io non mi sono mai sentita davvero capito”.
È una frase che può lasciare spiazzati.
Perché se pensiamo a una famiglia “sensibile”, immaginiamo spontaneamente una famiglia attenta alle emozioni, capace di comprendere, accogliere e prendersi cura dei vissuti dei suoi membri.
Ma non è necessariamente così.
Essere sensibili ed essere empatici non sono la stessa cosa.
E questa differenza può spiegare molte esperienze apparentemente contraddittorie della nostra infanzia.
Sensibilità ed empatia: qual è la differenza?
Quando parliamo di sensibilità possiamo riferirci a una maggiore capacità di percepire e vivere intensamente gli stimoli, le emozioni e le sfumature dell’ambiente.
Una persona può essere molto sensibile alle emozioni, ai cambiamenti nell’atmosfera, al tono di voce degli altri, ai conflitti, alle critiche, agli stimoli sensoriali o alle proprie emozioni e a quelle delle persone intorno.
Nel caso dell’alta sensibilità, ad esempio, si parla di un tratto caratterizzato da una maggiore profondità nell’elaborazione degli stimoli e non di una patologia o di una fragilità psicologica.
Ma percepire molto non significa automaticamente saper comprendere l’altro.
L’empatia richiede qualcosa in più: la capacità di riconoscere e considerare l’esperienza dell’altra persona, cercando di comprenderne emozioni e bisogni senza confonderli necessariamente con i propri.
Ed è proprio qui che può nascere una delle esperienze più confuse per un bambino.
“Ma se erano così sensibili, perché non mi capivano?”
Immagina di essere un bambino molto sensibile.
Ti accorgi subito quando tua madre è preoccupata.
Capisci dal tono della voce di tuo padre che qualcosa non va.
Percepisci la tensione tra i tuoi genitori prima ancora che dicano qualcosa.
Ti accorgi quando qualcuno è arrabbiato, stanco o triste.
Forse sei anche quel bambino che cerca di non creare problemi.
Quello che cerca di essere bravo.
Quello che osserva molto.
Quello che si adatta.
E magari intorno a te ci sono adulti altrettanto sensibili.
Adulti che provano emozioni intense.
Che si preoccupano molto.
Che soffrono molto.
Che magari ti vogliono profondamente bene.
Eppure, quando sei tu ad avere bisogno di essere compreso da loro, qualcosa non funziona.
Sei triste e ti dicono di non pensarci.
Hai paura e cercano subito di rassicurarti.
Sei arrabbiato e ti spiegano perché non dovresti esserlo.
Sei sopraffatto e ti dicono che stai esagerando.
Hai bisogno di spazio e lo interpretano come rifiuto.
Oppure sei semplicemente diverso da come ti vorrebbero.
E allora impari, lentamente, una cosa: le emozioni degli altri sono importanti.
Le mie, un po’ meno.
Non necessariamente perché non ti amavano
Questa è forse la parte più difficile da accettare.
Perché riconoscere di non esserti sentito compreso non significa necessariamente dover concludere “i miei genitori non mi amavano.”
Magari l’amore c’era. La preoccupazione c’era. La presenza c’era. La sensibilità c’era.
Ma mancava qualcosa di altrettanto importante: la capacità di sintonizzarsi davvero con il bambino che avevano davanti.
La responsività genitoriale riguarda proprio la capacità di cogliere i segnali del bambino, comprenderne i bisogni e rispondere in modo adeguato.
E questa capacità non compare magicamente perché una persona è emotiva o sensibile.
Anche un genitore molto sensibile può essere poco capace di riconoscere ciò di cui ha davvero bisogno il proprio figlio.
Perché la mia famiglia non mi capisce?
Perché spesso sappiamo offrire all’altro solo ciò che abbiamo ricevuto.
Se nessuno ci ha insegnato che le emozioni possono essere ascoltate senza essere immediatamente corrette, potremmo fare fatica a farlo con i nostri figli.
Se siamo cresciuti pensando che avere bisogno degli altri fosse una debolezza, potremmo sentirci a disagio davanti alla dipendenza emotiva di un bambino.
Se abbiamo imparato a essere autonomi molto presto, potremmo aspettarci inconsapevolmente la stessa autonomia dai nostri figli.
Se nella nostra famiglia le emozioni erano intense ma non venivano realmente elaborate, potremmo essere bravissimi a sentire e molto meno a stare con ciò che sentiamo.
E così può accadere qualcosa di paradossale: una famiglia può essere piena di emozioni senza essere necessariamente una famiglia emotivamente sintonizzata.
Quando impari a capire tutti tranne te stesso
“Io capisco tutti ma nessuno capisce me”
“Io ci sono per tutti ma nessuno per me”
Queste sono le frasi che spesso sento risuonare nella stanza di terapia.
Se da bambino hai imparato a prestare molta attenzione agli stati emotivi delle persone intorno a te, potresti essere diventato un’adulto con un vero e proprio “radar” per gli altri.
Noti subito se qualcuno cambia tono.
Ti accorgi se una persona è infastidita.
Capisci quando qualcuno è distante.
Anticipi facilmente i bisogni.
Ti viene naturale chiedere:
“Come stai?”
“Va tutto bene?”
“Hai bisogno di qualcosa?”
Ma quando la domanda diventa:
“Tu di cosa hai bisogno?”
potresti rimanere completamente spiazzato.
O magari potresti esserti circondato inconsapevolmente di persone a cui tu rivolgi quella domanda, ma a cui non viene spontaneo rivolgere la stessa domanda a te.
È qui che alta sensibilità, people pleasing e iper-adattamento possono incontrarsi
Non tutte le persone sensibili diventano people pleaser.
E non ogni comportamento accomodante deriva dall’infanzia.
Ma per alcune persone può svilupparsi un’associazione molto forte:
- se riesco a capire gli altri, posso evitare il conflitto.
- se anticipo i loro bisogni, posso sentirmi al sicuro.
- se non creo problemi, continuerò a essere amato.
E così quella che inizialmente era una capacità preziosa — la sensibilità verso gli altri — può trasformarsi in una modalità di continuo adattamento.
Non ascolto più l’altro perché lo desidero.
Lo ascolto perché devo capire cosa fare per mantenere l’equilibrio.
E nel frattempo perdo progressivamente il contatto con me, con la mia autenticità e con i miei bisogni più profondi.
“Sono molto empatico” oppure “sono molto attento alle reazioni degli altri”?
Questa è una distinzione che può essere molto utile.
Perché dall’esterno le due cose possono assomigliarsi.
Una persona empatica può accorgersi che l’altro sta male e chiedersi:
“Come posso esserti vicina?”
Una persona iper-adattata potrebbe invece chiedersi:
“Cosa devo fare perché smetta di stare male?”
La prima lascia spazio all’altro. La seconda può sentirsi responsabile dell’altro.
La prima può accompagnare. La seconda può arrivare a farsi carico.
E soprattutto: l’empatia non richiede di abbandonare se stessi.
Puoi comprendere il dolore di qualcuno senza doverlo risolvere.
Puoi capire la rabbia di qualcuno senza doverla evitare.
Puoi riconoscere un bisogno senza sentirti obbligato a soddisfarlo.
Puoi essere profondamente sensibile senza essere responsabile delle emozioni di tutti.
se nessuno li ha compresi prima, comprendere i propri bisogni diventa molto difficile
Quando per molto tempo hai allenato soprattutto la capacità di percepire gli altri, può diventare difficile riconoscere ciò che succede dentro di te.
Non sempre perché non senti.
A volte, paradossalmente, senti tantissimo.
Ma non sai tradurre quello che senti in un bisogno.
Sai che sei stanca.
Ma non sai se hai bisogno di riposare o di essere aiutata.
Sai che sei arrabbiata.
Ma non sai se hai bisogno di un confine, di essere ascoltata o di dire qualcosa che hai trattenuto.
Sai che qualcosa non va.
Ma prima di chiederti cosa succede dentro di te, inizi a cercare spiegazioni nell’altro.
“Sarà arrabbiato con me?”
“Avrò fatto qualcosa?”
“Come posso sistemare questa situazione?”
E ancora una volta lo sguardo va fuori.
Tornare a sé non significa diventare meno empatici
Forse è proprio questo il passaggio più importante.
Il lavoro non è diventare più freddi.
Non è smettere di preoccuparsi degli altri.
Non è diventare egoisti.
E nemmeno “imparare a fregarsene”.
È imparare a fare una cosa che forse per molto tempo non hai fatto abbastanza: includere te stesso nel campo della tua attenzione.
Quando senti che qualcuno sta male, puoi chiederti: “Come posso essergli vicino?”
Ma puoi aggiungere: “E io, in tutto questo, come sto?”
Quando qualcuno ha bisogno di te: “Posso esserci?”
Ma soprattutto chiediti: “Ho le risorse per esserci?”
Quando qualcosa nell’altra persona ti mette in allarme: “Cosa sta succedendo a lei?”
Ma subito dopo chiediti: “Cosa sta succedendo a me?”
Puoi esser stato cresciuto con amore e sentire comunque che i tuoi bisogni non sono stati riconosciuti
Queste due cose possono coesistere.
Puoi riconoscere che i tuoi genitori hanno fatto del loro meglio.
Puoi riconoscere le loro difficoltà.
Puoi ricordare l’affetto che ti hanno dato.
E contemporaneamente puoi dirti:
“C’erano cose di cui avevo bisogno e che non ho ricevuto.”
Non è un’accusa. È una presa di coscienza.
E spesso è proprio da qui che può iniziare qualcosa di nuovo.
Perché non puoi cambiare ciò che hai ricevuto.
Ma puoi imparare, oggi, a riconoscere ciò che ti serve.
Non devi diventare meno sensibile, devi usare la tua sensibilità ed empatia verso te stesso e non solo con gli altri
La prossima volta che ti accorgi di essere molto concentrato su ciò che prova qualcun altro, prova a fermarti.
Non per smettere di ascoltarlo. Ma per includere anche te.
E chiediti: “Se per un momento non dovessi occuparmi di come sta l’altra persona, riuscirei a capire di cosa avrei bisogno io?”
Potresti non avere subito una risposta.
Non significa che non sai ascoltarti.
Significa che forse stai imparando una lingua che nessuno ti ha insegnato da bambino: quella dei tuoi bisogni.
E impararla, un po’ alla volta, può cambiare profondamente il modo in cui stai nelle relazioni. Perché la sensibilità è una risorsa. L’empatia è una risorsa. La capacità di comprendere gli altri è una risorsa.
Ma nessuna di queste dovrebbe richiedere di diventare invisibile a te stesso.
Forse, allora, la domanda da cui partire non è:
“Come posso diventare meno sensibile?”
Ma:
“Cosa succede quando smetto di usare la mia sensibilità soltanto per comprendere gli altri e inizio a usarla anche per comprendere me stesso?”
Perché imparare ad ascoltare i propri bisogni non significa diventare meno disponibili, meno amorevoli o meno empatici.
Significa costruire relazioni in cui anche noi possiamo esistere, avere bisogni, mettere confini e chiedere ciò di cui abbiamo bisogno.
E forse è proprio questo uno dei passaggi più importanti della crescita emotiva: smettere di chiederci soltanto “Come stanno gli altri?” e iniziare, con la stessa attenzione, a domandarci:
“Come sto io?”
“Di cosa ho bisogno?”
“Cosa sto sentendo?”
Non sono domande egoistiche.
Sono domande che ci riportano a noi.
Se hai qualche altra domanda o curiosità a cui qui non ho risposto scrivimi e cercherò di chiarire i tuoi dubbi.
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